3 domande e 3 risposte secche sull’immigrazione, dati alla mano. (Terza domanda e conclusioni)

L’immigrazione fa aumentare la criminalità?

No. L’aumento del numero di immigrati residenti nel nostro paese è coinciso negli ultimi anni con l’abbassamento degli indici di criminalità.

É probabilmente l’argomento di maggior impatto sull’opinione pubblica, tra quelli relativi al tema: il rapporto tra immigrazione e criminalità!

Da molti anni i governi italiani varano leggi restrittive nei confronti del fenomeno migratorio adducendo ragioni di sicurezza: ultimi i famigerati “decreti sicurezza” dell’esecutivo attualmente in carica. E molti cittadini sono convinti che più immigrazione significhi effettivamente più reati e meno sicurezza. Ma a guardare i dati si scopre che le cose non stanno affatto così.

Dal 2007 al 2015 il numero di stranieri residenti in Italia è aumentato del 60%, passando dai 3 ai 5 milioni di individui. Ebbene nello stesso periodo il numero di delitti si è ridotto, passando dai 2,9 ai 2,6 milioni. Riduzione che riguarda anche, singolarmente, tutti i reati più gravi: omicidi, rapine, violenze sessuali. Questo dato, di per sé, già dimostra l’assenza di correlazione tra immigrazione e aumento della criminalità.

Ma i numeri più significativi, quelli che spiegano effettivamente come stanno le cose e pongono in luce le responsabilità della politica, emergono quando si scorporano i dati relativi agli immigrati con regolare permesso di soggiorno da quelli relativi ai cosiddetti irregolari, cioè a coloro che sono privi di un documento che li autorizzi a risiedere nel paese, ad avere un contratto di lavoro, un regolare contratto d’affitto, ecc. ecc. Diciamo anzitutto che, secondo studi recenti, gli immigrati irregolari sono quantificabili tra i 400 e i 600 mila individui, cioè circa il 10% del totale di stranieri residenti in Italia. Ebbene vari studi mostrano che oltre il 70% dei reati commessi da cittadini stranieri è attribuibile agli irregolari. Questo dato assume un valore ancor più significativo se si considera che il tasso di criminalità degli stranieri che hanno invece un regolare permesso di soggiorno è sostanzialmente uguale a quello dei cittadini italiani, e cioè nel dettaglio 1,89% contro 1,5 nella fascia d’età 18-44 anni, 0,44% contro 0,65 in quella 45-65 anni, e sostanzialmente uniforme nelle persone con più di 65 anni.

Un’ulteriore luce sulla realtà delle cose è stata gettata da uno studio seguito all’indulto del 2006: è emerso che i gruppi di immigrati ex detenuti i quali, a seguito dell’allargamento a est dell’Ue, passavano dallo status di clandestini a quello di regolari, avevano un tasso di recidività dimezzato rispetto a coloro che rimanevano in condizione di clandestinità. Un particolare per nulla trascurabile risiede nel fatto che la caduta del tasso di criminalità riguardava i reati economici, il che lascia intuire come nel passaggio dalla condizione di clandestinità a quella regolare le pratiche illegali venissero abbandonate in favore di forme di sostentamento legali.

Sulla base di quanto fin qui esposto, si può dunque affermare con certezza che non esiste una connessione tra immigrazione e aumento della criminalità, mentre è presente un impatto della condizione di clandestinità sui fenomeni criminosi. Ma la condizione di clandestinità, se la si vuole considerare onestamente, non la si può ritenere frutto diretto dell’immigrazione, quanto piuttosto frutto delle leggi che regolano il fenomeno migratorio.

Un’ultima annotazione su immigrati e criminalità: secondo le statistiche gli stranieri commettono per lo più reati da pene brevi, al di sotto dei cinque anni, ma ad alto allarme sociale (furti con destrezza, sfruttamento della prostituzione, furti nelle abitazioni). I condannati per reati più gravi e con pene superiori ai 5 anni sono in grande maggioranza italiani.

E qui torniamo dritti al principio della nostra riflessione: l’immigrazione non è il problema, il problema è la maniera in cui viene governata! Dalla Turco – Napolitano in poi, passando soprattutto per la Bossi – Fini e per i decreti sicurezza del governo gialloverde, le leggi sull’immigrazione hanno prodotto clandestini! Si pensi a ciò che è accaduto in questi ultimi anni, con il giro di vite sulla concessione del diritto d’asilo voluto dall’attuale governo. Tra il 2017 e il 2018 sono state esaminate circa 175.000 richieste d’asilo di cui ne sono state respinte più di 105.000. Nello stesso periodo sono state rimpatriate meno di 12.000 persone. Cosa ne è stato delle altre 93.000 che hanno visto respinta la propria domanda di protezione? Qualcuna probabilmente avrà lasciato spontaneamente il paese, ma quante decine di migliaia saranno andate ad infoltire il numero degli irregolari? Con quali conseguenze? Va da sé che ad una persona priva di permesso di soggiorno restano poche alternative per procurasi una qualche forma di reddito: lavorare in nero o commettere reati. Nel primo caso, abbiamo visto, la conseguenza è il mancato gettito fiscale che fa perdere allo Stato cifre considerevoli. Nel secondo, è il contributo dei clandestini alla microcriminalità.

A tutto questo si aggiungono i dati che abbiamo fornito sul fabbisogno che l’Italia avrà di manodopera immigrata regolare da qui in avanti. Quali conclusioni trarne? Lasciamo a ciascuno le proprie. A noi viene spontaneo opinare che tutto il fenomeno migratorio lo si stia gestendo in maniera nient’affatto lungimirante. E ci pare ragionevole domandarci se tutto il polverone mediatico costantemente sollevato sull’immigrazione per alterare la percezione che i cittadini hanno del fenomeno non serva a nascondere un altro obiettivo. Ci chiediamo se, lungi dal volerli “rimandare a casa loro”, il vero scopo non sia per caso quello di mantenere gli stranieri che vengono a lavorare nel nostro paese in una condizione di subalternità e, se possibile, di clandestinità, per poterli più facilmente sfruttare. Se, insomma, non si stia gestendo l’immigrazione con una troppe volte già vista miopia egoistica. Anziché guardare a ciò di cui il paese ha realmente bisogno per costruire il proprio futuro, ognuno pensa ad arraffare per sé qui ed ora tutto quel che può. Il politico guadagna voti sulle paure, l’imprenditore guadagna manodopera semischiava e il cittadino, purtroppo, ci guadagna anche lui. Bottiglie di pomodoro a 90 centesimi.

3 domande e 3 risposte secche sull’immigrazione, dati alla mano. (Seconda domanda)

L’immigrazione pesa sulle tasche degli italiani?

No. il bilancio costi – ricavi rispetto al fenomeno migratorio è in pareggio: ogni anno, grazie alla presenza degli immigrati lo Stato ricava circa 18 miliardi di euro, cifra equivalente, se non superiore, a quanto spende.

La propaganda anti-immigrazione si è fortemente nutrita della cifra simbolo di 35 euro, spesa giornaliera che lo Stato sostiene per ciascun immigrato presente nelle diverse strutture d’accoglienza. Si è utilizzato questo numero per far credere ai cittadini che i costi del fenomeno migratorio siano insostenibili e costituiscano di fatto una risorsa sottratta agli autoctoni. Partiamo allora proprio da questi 35 euro, anche se, come si vedrà, essi non costituiscono il punto centrale della questione. Dei 35 euro giornalieri, nelle tasche di ciascun migrante finiscono direttamente 2,50 euro al giorno (e non più di 7,50 per nucleo familiare). Il resto della cifra viene utilizzato per spese di gestione, di cui il 38% per il personale. Ovvero, una parte considerevole dei fondi serve a pagare gli stipendi dei lavoratori del settore, più di 15mila persone, quasi tutti cittadini italiani. Ma, come dicevamo, i 35 euro al giorno non costituiscono il punto centrale della questione, poiché se si vuole veramente verificare il peso dell’immigrazione sulle tasche degli italiani, bisogna considerare il fenomeno nel suo complesso. Quanto spende e quanto ricava lo Stato in relazione al fenomeno migratorio? Le spese per l’accoglienza, in verità, rappresentano solo il 26% del totale. Considerando le altre voci (sanità, istruzione, giustizia, ecc.) si raggiunge la ragguardevole cifra di circa 18 miliardi e mezzo. Ma il punto cruciale della faccenda risiede nel fatto che la presenza dei migranti costituisce anche una fonte di ricavo: gettito Irpef, gettito fiscale, imposta sui consumi, contributi previdenziali, ecc. fanno entrare nelle casse dello stato una cifra che si aggira intorno ai 18,7 miliardi di euro annui. Dunque il bilancio è in pareggio. E val subito la pena sottolineare che sarebbe nettamente in attivo se si facesse emergere tutto il lavoro svolto in nero dagli stranieri, poiché si andrebbero a recuperare ben 5,5 miliardi di gettito fiscale!

Pertanto, come si evince dai dati reali, l’immigrazione non costituisce un fenomeno parassitario che grava sui bilanci dello Stato e non ha senso far credere agli italiani che i migranti siano una concausa delle loro difficoltà o del fatto che lo Stato non faccia abbastanza per sostenere i propri cittadini.

Continua…

3 domande e 3 risposte secche sull’immigrazione, dati alla mano. (Prima domanda)

L’immigrazione è un problema?

No. L’immigrazione è una risorsa indispensabile: da essa dipende il futuro dell’Italia. Il problema è il modo in cui viene governata.

Ce lo dimostra anzitutto il Pil: gli immigrati con regolare contratto di lavoro producono il 9% del Pil, a cui si aggiunge un altro punto percentuale prodotto da coloro che lavorano in nero. In cifre assolute parliamo di 140 miliardi di euro.

Ma questo dato, di per sé già così rilevante, non è forse ancora sufficiente a spiegare quanto sia decisiva per i destini del Paese la forza lavoro immigrata. Cerchiamo di comprenderlo attraverso i numeri della crescita economica: nel periodo che va dal 2001 al 2011 l’economia italiana è cresciuta del 2,3%, ma se non vi fosse stato l’apporto della manodopera straniera, nello stesso periodo si sarebbe registrata invece una contrazione del – 4,4%. Nel periodo successivo, dal 2011 al 2016, quando la crisi ha dispiegato i suoi effetti, l’economia italiana ha subito una contrazione del – 2,8 %; ma senza gli immigrati il dato sarebbe stato decisamente peggiore: – 6,1 %. Insomma, se non fosse divenuta meta d’immigrazione l’Italia sarebbe oggi un paese più povero e più profondamente in crisi.

Trasferendo i freddi numeri alla vita reale, per rendersi conto dell’apporto che i lavoratori stranieri forniscono alla nostra economia e alla nostra società, può forse essere utile immaginare come cambierebbe la vita quotidiana senza di loro. Quale impatto avrebbe, ad esempio, sulla qualità di vita delle famiglie italiane il venir meno del 77% di badanti e del 69% di colf? Quante aziende si troverebbero impossibilitate a proseguire la propria attività se dovessimo rinunciare all’apporto del 26% dei lavoratori agricoli, del 16% dei lavoratori del settore edile, o del 18% degli impiegati nel settore alberghiero e della ristorazione? E quale effetto domino ne conseguirebbe sulla tenuta dell’economia e della società?

Fin qui la storia passata e attuale. Ma se guardiamo al futuro? Numerosi studi mostrano che nei prossimi decenni la combinazione tra il progressivo invecchiamento della popolazione italiana e la scarsa disponibilità della forza lavoro autoctona a svolgere lavori non qualificati, avrà un effetto dirompente nell’affossare l’economia, e l’unica ciambella di salvataggio sarà appunto la manodopera immigrata. Si è calcolato che un eventuale azzeramento dei flussi migratori porterebbe nel giro di quattro decenni ad un dimezzamento del Pil (- 50%!). E ad una conseguente riduzione del 33 % del reddito pro capite. Un’Italia allo sfascio dunque, senza gli immigrati.

Ma l’apporto della manodopera straniera alla tenuta del Paese non si esaurisce qui. Si guardi al sistema previdenziale: attualmente gli immigrati versano 8 miliardi di contributi ricevendone in prestazioni solo 3, garantendo quindi all’Inps un guadagno di 5 miliardi l’anno e pagando di fatto 640 mila pensioni a cittadini italiani. È stato inoltre calcolato che negli ultimi anni essi abbiano regalato alle casse dell’Inps circa 3 miliardi di contributi per prestazioni delle quali non usufruiranno mai, avendo fatto ritorno nei paesi d’origine prima di maturare il diritto alla pensione. A da qui in avanti? Cosa accadrebbe se da domani si chiudessero le frontiere e si riducessero a zero i flussi migratori in entrata? Anche in questo caso gli effetti sarebbero devastanti, calcolati in un saldo negativo netto di 38 miliardi in meno nelle casse dell’Inps alla data del 2040. Dunque l’Italia ha bisogno degli immigrati anche per salvaguardare il proprio sistema previdenziale!

L’immigrazione perciò è una risorsa indispensabile e lo sarà sempre di più in futuro. La verità è che i cittadini italiani non hanno ancora acquisito piena consapevolezza della questione demografica; lo dimostra tra l’altro una recente ricerca, dalla quale emerge la netta tendenza a sovrastimare il numero di persone in età inferiore ai 14 anni: 26% secondo la percezione comune, appena il 14% nella realtà. L’Italia è il secondo paese più vecchio al mondo!

E difatti l’Istat ha calcolato che, in un’ipotesi di flussi migratori pari a 157.000 nuovi immigrati ogni anno, ci si troverebbe comunque ad avere una diminuzione di 2 milioni di residenti nel nostro paese entro il 2045 e di addirittura 7 milioni entro il 2065. Ma ciò che risulta ancora più rilevante è la previsione sul netto innalzamento dell’età media. Sempre ipotizzando l’inserimento di 157.000 migranti all’anno per i prossimi vent’anni, la popolazione attiva, cioè in età compresa tra i 20 e i 70 anni, diminuirà comunque di ben 4 milioni di individui! E cosa accadrebbe in un ipotetico scenario a migrazioni zero? Nel 2040 ci troveremmo con una forza lavoro ridotta di 10 milioni di individui! Pertanto, secondo diversi studi, l’Italia ha bisogno di inserire nel proprio sistema lavorativo tra i 160.000 e i 180.000 migranti ogni anno, almeno per i prossimi due decenni.

Chiudiamo questa prima parte della nostra riflessione con un altro dato sulla “percezione”. Secondo la medesima ricerca di cui sopra, gli italiani sono il popolo europeo che più di tutti sovrastima il numero di stranieri presenti sul proprio territorio nazionale: la percezione comune è del 26%, mentre in realtà gli immigrati sono meno del 9% della popolazione totale! Cioè gli italiani credono che gli stranieri residenti nel loro Paese siano tre volte di più di quanti non sono in realtà!

Tutto quanto elencato finora, ci pare, fa piazza pulita del primo luogo comune che spesso accompagna i discorsi sull’immigrazione: quello secondo cui saremmo vittime di un’invasione e non possiamo permetterci di accogliere tutti questi immigrati. Al contrario non c’è nessuna invasione, visto che gli stranieri in Italia sono meno del 10% della popolazione; e non è vero che la crisi non ci permette di accoglierli, semmai è vero l’esatto contrario: abbiamo bisogno di loro per uscirne.

(continua…)